in curiositĂ 
sabato, 30 aprile 2005

Sto preparandomi per masterizzare changeling The Dreaming, un gioco in cui si interpretano le fate. Leggendo il supplemento "book of houses 2" mi sono trovata davanti una versione meravigliosamente ostruita della leggenda della Torre di Vetro. Sono felice... Quelli che hanno fatto l'ambientazione erano dei geni, e le menti limitate degli americani che lo ritenevano "troppo difficile" lo hanno fatto chiudere... Immagino che pochi conoscano il gioco, quindi vi spiegherò su quali basi è nata la mia gioia.

Dunque, l'idea di base è che esistano delle fate, nate dai sogni della gente, virtualmente immortali. e per vivere devono nutrirsi di Glamour, che sarebbe la fantasia, la creatività deugli esseri umani. la Banalità del mondo moderno però le indebolisce. Un avvocato può uccidere una fata. Per cercare di sopravvivere devono incarnarsi in corpi umani e cercare un equilibtrio tra Banalità e Glamour (i changeling del resto, nelle leggende, non sono altro che i bambini delle fate scambiati con bimbi umani). Quando l'umano muore la fata si incarna in un altro, e vive in eterno, a meno che non sia ucisa dal ferro. Per fare un esempio delle origini delle fate nel gioco, i pooka sono nati dal sogni dei primi uomini che volevano essere liberi come gli animali, i Satiri dai sogni d'amore e di saggezza, i Redcaps dagli incubi, gli Eshu dai sogni delle tribù nomadi mediorientali e così via. I Sidhe, i "nobili" tra le fate, sono nati dai sogni di re e regine.

Tranne i Balor. Riconoscete il nome, vero? Queste fate hanno come difetto il fatto di essere in qualche modo deformi, nel corpo o nllo spirito. Il loro pregio è resistere al "cold iron", letale per tutte le fate. Stavo leggendo la storia dei Balor, che ovviamehnte consta della leggenda dei Fomorii e della Tuatha de danaan: in quel gioco gli dei celtici infatti non erano altro che le fate, le quali, quando l'uomo era ancora ingenuo, potevano camminare sulla terra con il loro vero sembiante (e credetemi una fata potente in changeling è praticament una divinità).

Loro erano le prime vere fate nobili, nate dai sogni di guerra e conquista delle genti di Irlanda e Francia Si chiamavano Fomorii ed erano deformi, proprio perchè venivano da sogni di massacri orrendi.. Dall'Iberia giunse poi la Tuatha de Danaan, di cui facevano parte gli altri sidhe. Tra i due popoli nacque la guerra perchè i Sidhe della Tuatha non accettavano la bruttezza dei Fomorii, credendo che quegli esseri deformi non fossero degni di governare: difatti non accettavano sovrani imperfetti fisicamente.

E qui scatta la storia della Torre, perchè il re dei Fomorii è sempre Balor, che in questo caso, avendo il difetto diella casata (anche se ai tempi la "casata" in sè non era ancora nata) aveva un occhio solo, che era stato maledetto: se aperto uccideva tutto quello su cui posava lo sguardo. Balor nonostante sia cieco è un guerriero straordinario sconfigge i Danain e gli impone dei tributi. In questa storia egli soffre per questa maledizione perchè non può vedere la sua sposa, una delle bellezze del tempo, mandata dai Danain in tributo, la ama ma non può vederla perchè la ucciderebbe. E qui comincia la mescolanza tra le due razze. Segue poi la leggenda della Torre esattamente come la conoscevo io: Ethlinn nasce, lui non riesce ad uccidere la figlia nonostatante la profezia, e la chiude nella torre di vetro (che soddisfazione leggere di quel mito nel mio gioco preferitoooo!). Se riesco a scannerizzare il testo dal manuale lo inserisco, ma è  in inglese (sempre che vi interessi). Balor poi ruba la mucca di Cian... Ho scoperto che quella mucca era una inesauribile fonte di latte! Bell'espediente... In ogni modo, ovviamente Cian cerca di recuperare la muca eccetera... Bellissimo il pezzo col narratore che dice che avrebbero dovuto uccidere Cian... Infatti poi nasce Lugh, "Luce", il bimbo dorato (il dio del sole), che, cacciato dal padre troverà rifugio tra i Danain e ucciderà Balor mescolandosi poi definitivamente con gli altri Sidhe e diventando re della Tuatha. Per questo i Balor ancora lo disprezano, anche se è sprito nel Sogno da secoli... Quindi i Balor diventano anche loro Sidhe, ma mantengono lievi deformità e una certa resistenza al ferro per via del diluito sangue fomorii. Gli altri Sidhe ora li trattano come cugini poveri, anche se in realtà sarebbero loro i più antichi. Non accettano che il primo vero re di sidhe sia stato un Balor, e per di più Unseelie (Seelie ed Unseelie sono le due inclinazioni morali delle fate). I Balor li odiano, vogliono ucciderli, e useranno il ferro per farlo.

Non è geniale come hanno adattato la leggenda al gioco? Adoro gli autori di Changeling... Si potrebbe analizzare come tutti i tipi di fata siano stati adattati magistralmente...


Scritto da CieloAmaranto Alle aprile 30, 2005 11:40
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in angolo storico
sabato, 23 aprile 2005

LA SOCIETA'

La famiglia era improntata su un rigido patriarcato, dal momento che gli uomini avevano pieno potere di vita e di morte su donne e bambini (come, del resto, nella piĂą antica familia della Roma arcaica).
Il matrimonio era sostanzialmente monogamico (anche se esisteva la poligamia per ragioni politiche tra nobili). Tra uomo e donna c’era una garanzia: il marito doveva investire insieme alla moglie una quota del capitale pari alla dote. In altre parole, il marito doveva dare in affitto proprietà terriere che poi spettavano al coniuge che sopravviveva all’altro.
Le donne dei galli avevano molti figli, come presso i Romani, ma la condizione della donna celtica era diversa da quella delle donne greche e romane. Nonostante l’organizzazione patriarcale, le donne avevano alcuni privilegi, tra cui la possibilità di succedere al potere, e di mantenere una linea di successione femminile. Inoltre, avevano una certa libertà nella scelta del consorte, e ugualmente potevano concedere i loro favori molto liberamente, senza la riservatezza che era richiesta alle donne greche e romane. Anche dopo il matrimonio, le donne potevano disporre liberamente del loro corpo, e questo è alla base di una strana usanza ricordata da un epigramma tardo-greco, per cui i padri mettevano il neonato su uno scudo e lo facevano galleggiare sul Reno, al fine di riconoscere la propria paternità sul bambino. Se il piccolo annegava, allora non era loro.
Le donne celtiche, inoltre, erano in grado di partecipare alle battaglie, e – nel mito irlandese – bevevano come gli uomini. Si racconta anche che le donne celtiche picchiassero i mariti, a volte, cosa assolutamente impensabile per i popoli del Mediterraneo.
Plutarco racconta che le donne – caso unico nel mondo antico! – avessero diritti politici, e che in caso di controversie potessero deliberare riguardo alla guerra e alla pace.
Cesare le dipinge come molto belle, anche se gli uomini praticavano comunque la pederastia.
L’organizzazione della società celtica è simile a quella di altre civiltà antiche, soprattutto a quella dei vicini germani: c’era una struttura verticale suddivisa in tre parti: nobiltà, popolo e schiavi.
Cesare racconta che c’era una divisione tra nobiltà e popolo. La nobiltà guerriera era composta dal ceto di proprietari terrieri, e in battaglia costituiva la cavalleria. Tuttavia, la cavalleria non era solo composta da nobili, visto che i cavalieri celtici erano davvero troppi per essere tutti nobili.
Una parte del popolo, poi, doveva essere costituita dai clienti dei nobili: l’ ambactus era appunto l’uomo al seguito di un nobile (“colui che sta attorno a qualcuno”). Il rapporto tra signore e uomo del seguito era di impegno reciproco: il signore doveva fare una regalia a chi si metteva a suo servizio. Era un do ut des, quindi. Oltre alle regalie, il signore doveva comunque garantire protezione al proprio seguito, dal momento che un signore che non fosse in grado di farlo non poteva avere nessuna autorità.
Infine c’era la schiavitù: Cesare racconta che molti Celti si erano ridotti in schiavitù a causa di indebitamenti. Lo schiavo, parimenti a Roma, non poteva partecipare alla vita politica, ed era assolutamente dipendente dalla autorità del suo padrone.
A livello sociale, era molto rilevante il momento del banchetto (altro parallelo col mondo greco-romano). I signori potenti offrivano banchetti pubblici che potevano durare anche parecchi giorni. Non usavano sdraiarsi, come greci e romani, bensì stavano seduti su sedili disposti tutto intorno alle pareti, oppure attorno a tavoli rotondi. Il richiamo ad Artù è istintivo, ma la valenza che aveva la tavola rotonda nella realtà era molto diversa dal significato assunto nella leggenda: e se, tra i cavalieri di Camelot, la mancanza di angoli o di posti privilegiati era garanzia di uguaglianza, per i Celti era ugualmente possibile che qualcuno sedesse in posizioni di prestigio. Infatti le tavole erano fatte ad anello, e nel mezzo c’era quindi un’apertura, dove sedeva l’uomo più stimato e potente per origini, abilità militare o ricchezza. A suo fianco stava l’ospite d’onore, e gli altri erano disposti a seconda del rango.
Le bevande che venivano bevute erano vino greco, idromele e birra (davanti alla quale i greci e i romani storcevano il naso, pare). I Galli erano grandi bevitori, e il divertimento in tali occasioni era aumentato dalla presenza di giullari ma soprattutto di bardi. Costoro erano i poeti-cantori che, nei conviti, intrattenevano gli ospiti con canzoni di eroi o lodi al re e ai suoi antenati. La vicinanza all’aedo greco è impressionante, così come la figura di Ossian, bardo cieco, si ricollega straordinariamente a quella di Omero, anch’egli non vedente.
Lo strumento del bardo era l’arpa, il più prestigioso tra gli strumenti, e con essa accompagnava il suo canto.
Come i druidi, anche i bardi ricevevano un insegnamento orale. C’erano delle scuole di poesia, che si frequentavano per sei o sette anni, e che – si racconta – adottassero discipline anche molto, molto dure (come far esercitare la memoria degli studenti lasciandoli in ambienti privi di luce, giorno e notte).
I bardi, comunque, potevano anche intonare canti di derisione o offensivi verso i nemici dei loro ospiti, in modo da sminuire il loro onore. Tale era l’importanza del loro canto che minacciare di fare una cosa simile a qualcuno equivaleva ad un ricatto.
Come guerrieri, i Celti erano molto temuti. Le testimonianze raccontano che erano irruenti e duri, anche se con poca tenacia, e predisposti a disperarsi presto. Portavano grandi scudi, giavellotti e lunghe spade, anche se le tipologie di spade erano molto varie (il gladio, spada corta, come abbiamo detto, fu adottata dai Romani che la presero dai Celtiberi).
L’equipaggiamento, pare, comprendesse le corazze, mentre catapulte, archi e frecce erano usati solo di rado.
Dall’epoca di Hallstatt in poi, i Celti usarono i carri da guerra (essedum), che provenivano dall’oriente, laddove i Greci e i Romani li utilizzavano solo come carri da corsa o da trionfo. Si racconta che, come i Germani, i Celti dessero inizio alle ostilità con delle grida e al suono dei corni da guerra (che non erano usati, come facevano i Romani, per fare segnalazioni di spostamento, bensì per terrorizzare l’avversario).
Singolare era la loro usanza di scendere in campo indossando ornamenti preziosi; in particolare erano usate collane e bracciali d’oro a spirale (torques), aperti alle estremità, dove erano decorati con teste di animali. Il torques, infatti, era un segno distintivo del rango e del valore militare del singolo, e quindi era portato con orgoglio.
Secondo alcune testimonianze, sembra inoltre che i Celti che scendevano in prima fila fossero nudi. Non si sa bene se con questo “nudi” si intenda la mancanza totale di vestiti o, piuttosto, se vada inteso “a petto nudo”. Pare infatti che i soldati al seguito di Annibale combattessero con la parte superiore del corpo scoperta. Questo, comunque, spiegherebbe le grandi perdite che i Celti spesso subivano, dal momento che un corpo privo di corazza può poco contro una falange armata.
Sappiamo poco della loro attivitĂ  di navigazione, anche se Cesare racconta che erano molto esperti.


Scritto da LanAwnShee Alle aprile 23, 2005 14:19
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in mitologia orientale
giovedì, 21 aprile 2005

I post sull'induismo vi conviene leggerli dal fondo... Che cretina avrei dovuto postarli al contrario.


Scritto da CieloAmaranto Alle aprile 21, 2005 11:28
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in mitologia orientale
giovedì, 21 aprile 2005

Shiva

Nessuna figura del pantheon indiano incarna la totalità della funzione divina come Shiva. Shiva non e “un dio”, bensì Dio per antonomasia, il Grande Dio, Mahadeva, “il Signore”. E’un dio terribile, misterioso, iprevedibile, tanto quanto Visnu è amoroso e soccorrevole.

E’il protettore dei sapienti e dei “Signori della parola, cioè i poeti e i maghi.

La figura di Shiva deriva storicamente da quella del dio vedico Rudrà. Il termine Shiva  significa “il Benevolo”: chiamandolo in questo modo i devoti tengono lontano la sua collera. La sua sposa è generalmente chiamata “La Montana”, Parvati, o “Colei che è Piena di Cibo”, oppure Durga, “1’ Inaccessibile” , o la terrificante Kali , “l’Oscura”. Shiva è concepito come l’origine del movimento, quindi come “Signore della Danza”. Il ritmo della danza Tandava corrisponde al prevalere dell’uno o dell’altro dei suoi cinque poteri: generazione , conservazione, distruzione (o riassorbìmento), conoscenza e liberazione. Già nello Atharva­Veda ,Shiva si proietta nello spazio secondo le quattro funzioni orientatici, a Est come Bhava,”Colui che è” ,a Sud come Sasva, “il Saettatore Punitore”, a Ovest come Pasu-Pati, “Signore del Bestiame”, cioè “delle anime”(come Krsna!), a Nord come Ugra, “il Terribile”, allo Zenith Mahadeva, “Il Grande Dio”e nello spazio intermedio come Isana, “il Signore Totale”. In tale modo le funzioni di Shiva creano nello spazio una struttura piramidale.

I miti in cui compare Shiva sono spesso connessi al ritrovamento di armi magiche,che permettono di vincere battaglie decisive, oppure hanno uno stretto rapporto con le forze della generazione, che in particolare vengono evocate e sublimate nei  Tantra “della mano sinistra”.

Uno dei miti inerenti a Shiva è quello relativo al sacrificio offerto da Daksa, al quale erano stati invitati tutti gli dei vedici tranne Shiva. Questi apparve all’improvviso colpendo con una freccia il medesimo sacrificio che si era personificato in una gazzella per sfuggire più rapidamente alla collera del dio, il quale nel frattempo aveva ingaggiato una lotta furiosa con gli altri dei compreso Visnu. La lotta cessò quando gli dei riconobbero il diritto di Shiva a partecipare al sacrificio. Ma intanto la sua sposa, disperata per l’accaduto, si era gettata fra le fiamme, morendovi. Shiva allora, votandosi all’ascesi più radicale, iniziò la sua peregrinazione con il cadavere della moglie sul dorso, i cui pezzi caddero qua e là creando altrettanti Pitha,”luoghi sacri”. La dea poi rinasce come Parvati, che seduce il dio mediante Kama, il dio dell’amore sensuale, che Shiva folgora con il suo terzo occhio, rendendolo”privo di corpo”(An-Anga). Ciò nonostante l’irascibile divinità genera in Parvati il figlio Skanda, dio della guerra.

Scuole e sette shivaite

Lo shivaismo settario riconosce negli Agama le fonti della sua dottrina. Gli Agama sono divisi in dieci “buoni” Sat, e diciotto “cattivi”, A-Sat. A questi si aggiungono testi di commento e chiosa, per cui in totale questa letteratura assomma a 198 fra Agama e Upagama. La scuola più caratteristica e interessante è quella denominata Trika, “Ternaria’, poiché riconosce tre realtà: Shiva, Sakti e le anime individuali, chiamate anche Pratyabhijna . Questa scuola, fondata da Vasugupta, vissuto fra i secoli VIII e IX, è la sintesi fra tre precedenti orientamenti, detti Spanda “vibrazione”, Krama, “progressione” e Kula, “famiglia” di potenze che supportano la Realtà. La scuola ebbe grandi pensatori,che elaborarono un coerente sistema filosofico.

L’altra grande scuola di pensiero shivaita è il cosiddetto Saiva-Siddhanta, “sistema shivaita”, anch’esso fondato sugli Agama, dei quali distingue le quattro parti: dottrina (Vidya), rituale (Kriya), ascesi (Yoga), condotta (Carya).

Queste due sette, che hanno dato luogo a cospicue scuole di pensiero tuttora fiorenti,sono state accompagnate da altre, il cui carattere arcaico nel rituale e nella dottrina le fa ritenere molto più antiche. Queste sette sono conosciute come Lakulisa,Virasaiva, Lingayat, Kapalika.  Ve ne sono poi altre, confluite nello shivaismo, dotate di caratteri culturali di genere malese-ausrtaloide, come per esempio il nutrirsi di carne -talvolta umana- scodellata nel teschio. Queste sette, denominate complessivamente Kapalika, hanno un culto particolare per la forma “tremenda”di Shiva.


Scritto da CieloAmaranto Alle aprile 21, 2005 11:26
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in mitologia orientale
giovedì, 21 aprile 2005

Visnu costituisce la divinità centrale dei Purana (Antiche Tradizioni che costituiscono il corpus mitologico del Visnuismo).

Come divinità suprema,secondo i visnuiti, condensa in sè la Trimurti, per cui gli altri due dei, Shiva e Brahma, diventano i suoi aspetti accidentali, funzioni della sua economia divina. Visnu risiede nel paradiso Vaikuntha, circondato dalla sua corte, accudito dalla sua sposa Sri-Laksmi. La sua figura,come consegnata dall’attuale iconografia, è quella di un giovane di un colore blu scuro, con quattro braccia reggenti il simbolo di quattro elementi: la conca, il disco, la clava e il loto. Mentre Shiva è un dio caratterizzato da cupa violenza, Visnu personifica l’aspetto amoroso della divinità. Ciò non impedisce al dio di avere delle incarnazioni umane estremamente guerriere. Gli induisti credono che Visnu si sia incarnato sulla terra per dieci volte sotto forme diverse,chiamate Avatara. Diamo un breve riassunto di queste manifestazioni.

Matsya è il suo Avatara come pesce, che salva Manu, il prototipo umano, dal diluvio universale, facendogli costruire un arca la cui polena era legata alla sua pinna caudale, sì da poterla condurre a un luogo ove la terraferma sarebbe riemersa prima che altrove.

Kurma la tartaruga. Visnu adotta questa forma allo scopo di permettere agli dei e agli uomini di ritrovare i tesori smarriti in fondo al mare in seguito al diluvio. La tartaruga, con l’aiuto di demoni e dei, col sistema trottola fa frullare l’oceano, facendo riemergere numerosi oggetti miracolosi, simboli di poteri divini.

Varaha, il cinghiale. Sotto forma di gigantesco cinghiale, il dio solleva con le zanne la Terra che stava affondando nel mare per il peso dei demoni che la infestavano guidati dall’arcidemone Hiranyaksa,che egli uccide.

Nr-Simha, uomo leone. Il fratello di Hiranyaska aveva avuto il privilegio da Brahma di possedere il mondo e di non poter venire ucciso nè di giorno nè di notte, nè da un dio, nè da un uomo, nè da un animale. Gonfio di superbia, giunse a minacciare suo figlio, devoto a Visnu. Allora il dio gli balzò addosso, metà uomo e metà leone al crepuscolo e lo uccise.

Vamana, i1 nano. Il demone Bali era riuscito a dominare i mondi durante il Vapara-Yuga, evo anteriore a quello attuale. Gli dei invocano allora l’aiuto di Visnu, il quale, sotto forma di un nano, chiede al demone tanto spazio quanto gli basti per compiere tre passi. Quegli accetta e Visnu,ripresa la statura gigantesca, con tre passi occupa tutta la terra, lo spazio fra il cielo e la terra, e infine tutto il cielo.

Parasu Rama. Con questo Avatara iniziano le tre incarnazioni guerriere di Visnu. Parasu Rama, cioè “Rama con la scure”, si acquistò tale appellativo dall’ascia che Shiva gli aveva donata e che divenne l’arma delle sue imprese. Fra tutte è famosa l’uccisione dei Ksatriya, “tre volte sette”. Pose fine alle sanguinarie avventure di Parasu Rama Rama Candra,che lo vinse.

Rama Candra. Rama,assieme a Krsna,è la più amata incarnazione del principio-Visnu tra gli uomini, perché incarna gli ideali eroici degli Indiani e non solo di loro, ma di tutti i popoli dell’Asia Sud-orientale, perfino degli islamici indonesiani. Le sue gesta sono narrate in numerosissimi poemi in sanscrito, nei vernacoli neo-indiani e in 24 mila Sloka del Ramayana; una di queste è il corteggiamento di Sita. In questo caso l’eroe deve riuscire a piegare il meraviglioso arco di Shiva, cosa che Rama compie facilmente.

Con Krsna, il”nero bluastro”, ci troviamo di fronte a un essere divino vero proprio, nonostante la sua nascita umana. La figura di Krsna è la sintesi di almeno tre divinità differenti, a parte il principio Visnu.Queste sono Narayana, Vasuadeva e Go-Pala Krsna. Narayana è una probabile ipostasi del fuoco vedico, Agni.Quanto alle altre due figure di Krsna, Vasuadeva e Go-Pala, il principe e il pastore, la loro reciproca identificazione pare che sia avvenuta in epoca tarda ad opera di dan pastorali. Le sue gesta sono divise in imprese eroiche ed imprese erotiche. La più famosa battaglia intrapresa da Krsna è la guerra tra i Kaurava e i loro cinque cugini Pandava, fraudolentemente spodestati dai congiunti; Krsna parteggia per i Pandava, li aiuta con i suoi Yadava, li sprona e li consiglia. Questa battaglia forma l’argomento dello smisurato poema epico del Mahabarata.

Buddha. Il visnuismo non poteva non riconoscere il Buddha storico come persona divina. Il Buddha viene concepito come un Avatara disceso sulla terra per abolire i sacrifici cruenti e abituare l’uomo a fare a meno di mediatori divini per ottenere la liberazione.

Kalkin è il decimo Avatara di Visnu, che verrà a premiare i buoni e castigare i cattivi, preparando così la prossima”dissoluzione dei mondi”,dopo la quale tornerà l’aurea età del Satyayuga. i1 nome Kalkin sembra indicare il cavallo bianco (Kalka) su cui egli monterà.

Le scuole mistico-filosofiche visnuite

Gli orientamenti filosofico-religiosi del visnuismo,dai quali rampolleranno numerose scuole, sono fondamentalmente due: il Bhagavata e il Panca-Ratra. La setta del Panca-Ratra diede impulso alla setta Sri-Vaisnava che riconobbe i due principi, il dio e la sua sposa, quali elementi dinamici della realtà. Le realtà fondamentali di questa setta e in generale di tutte le teologie visnuite, sono essenzialmente:

Il Para-Brahman(il Brahman superiore)

 

Visnu nelle sue qualificazioni

Vasuadeva, Narayana o Brama

Alla fine di ogni notte cosmica la sua sposa assume gli aspetti di Kira, azione,e Bhuti,sviluppo

La Creazione avviene su due piani, quello celeste e quello materiale.

Sia i Bhagatava che gli Sri—Vaisnava condussero a termine un rinnovamento totale dei Vedanta, che variamente combinarono con una forma teista del Sankhya..Personalità eminente di questo orientamento fu Laksmana Ramuanuja, il quale congiunse in una sintesi feconda le due correnti sopra indicate in base agli insegnamenti del Visnu-purana e alle indicazioni del Panca-Ratra. Numerose scuole e sottoscuole hanno continuato fino ad oggi l’insegnamento di Ramuanuja che, sotto 1’ influsso probabile di simili scuole shivaite, sono diventate fortemente sakta, nel senso che la loro teologia dà largo spazio all.’ elemento femminile quale mediatore nella creazione dell’Universo ed elargitore di grazia per coloro che vogliono liberarsi dal Samsara.


Scritto da CieloAmaranto Alle aprile 21, 2005 11:25
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in
giovedì, 21 aprile 2005

Questa divinità incarna la capacità creatrice dell’essere supremo. Personificazione dell’Assoluto impersonale delle Upanisad (insieme di testi,di varia ampiezza e di varia forma,contenenti dottrine esoteriche e meditazioni), conservò sempre un carattere astratto,cosicché nel culto popolare gli furono preferiti Visnu e Shiva, persone divine di ben altra vitalità, concretezza e vicinanza ai bisogni e alle aspettative dei devoti.


Scritto da CieloAmaranto Alle aprile 21, 2005 11:23
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in mitologia orientale
giovedì, 21 aprile 2005

I documenti che sono alle origini della religiosità e della speculazione indiana sono i Veda. Essi sono costituiti da quattro raccolte di inni rivolti a una quarantina di enti divini detti Deva,”esseri splendenti” Le quattro raccolte vediche sono denominate Rg-Veda(  pron. Rig Veda), Yajur-Veda, Samavada e Atharva-Veda. Questi inni, specialmente quelli raccolti nel Rg-Veda e nell’Atharva-Veda che sono i due Veda più antichi, contengono, oltre all’elogio e all’evocazione degli dei, un certo numero di “ballate”dialogate, leggende mitologiche e inni in cui sì tratta dell’origine dell’Universo, lo smembramento dell’Uomo cosmico, da cui è sorto il mondo e le quattro caste che lo popolano, e scongiuri ed esorcismi di varia specie .Gli inni vedici sono tutt’altro che invocazioni ingenue e primitive; rivelano invece una perfezione formale e un’ allusività potente,come di opere letterarie con un lungo passato dietro di sè.

Dal punto di vista storico è difficile assegnare una data alla redazione degli inni vedici. Si va dall’ipotesi dello Jacobi e del Tilak che, in base ad alcune concordanze astrologiche, attribuiscono la formazione del patrimonio vedico a parecchie migliaia di anni prima dell’era volgare,alle ipotesi  “scientifiche”che fanno risalire la redazione degli inni vedici a un periodo oscillante fra il secondo e il primo millennio a.C.,al periodo cioè in cui gli Arii, popolazione di razza bianca e di linguaggio indoeuropeo, cominciarono a penetrare nell’India del Nord-Ovest.

Nello studio delle religioni indiane è inevitabile constatare una differenza radicale fra la religione dei Veda e il successivo orientamento religioso “indù”. Non vi è dubbio che la causa dì ciò sia l’espansione degli Arii nella vallata dell’Indo e del Gange,nel Dekkan e nell’isola di Ceylon,che portò all’assorbimento della cultura dei popoli conquistati. Il passaggio dal mondo religioso dei Veda a quello che diventerà il cosiddetto “Induismo”nel senso da noi attribuito al termine, si verifica fra l’VIlI e il XII secolo a.C .dell’era volgare, a partire cioè dalla fine della lettura interpretativa dei carmi vedici.


Scritto da CieloAmaranto Alle aprile 21, 2005 11:22
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in mitologia orientale
giovedì, 21 aprile 2005

Inserirò ora una serie di post tratti da una ricerca che avevo fatto in quinta ginnasio, che ho dovuto scannerizzare con textbridge perchè avevo solo la versione cartacea. Spero che appreziate lo sforzo e vi interessi...

Induismo- Caratteri generali

Induismo o, più correttamente, hinduismo è un termine adottato per denotare l’insieme di religioni praticate nel subcontinente indiano, escludendo quelle storicamente importate dai paesi esteri e quelle che, anche se di origine indiana, sono sistemi di ascesi interiore.

Il vocabolo hindu è un termine che denota tutto ciò che appartiene all’ Hindustan,cioè al “Paese dei Fiumi”,che indicava il bacino dell’Indo. L’Induismo non è una religione avente al centro una Rivelazione unica annunciata da una figura divina o da un profeta, bensì un amalgama di religioni di disparata origine che hanno in comune una particolare “visione del mondo”.

Presso gli Indiani non è tanto il concetto di “Dio”o degli “dei” che domina le religioni, quanto l’esperienza del Divino, dello Spirito Universale, lo Atman , incarnato in ogni essere. Altro carattere della meditazione religiosa degli Indiani è il primato attribuito alla funzione, indi alla Potenza, rispetto al dio che la simboleggia: il particolare dio invocato sbiadisce di fronte alla potenza che in lui si incarna, allorché viene invocato dal sacrificatore. Nel mondo vedico gli dei vengono suscitati dal sacrificio,Yajna ,in cui opera la volontà del sacrificatore, Kratu. Lo scopo della religione è, quindi, la “cosmicizzazione” dell’ uomo, la realizzazione dell’ente spirituale che è in lui assopito e da cui egli medesimo è derivato, prima ancora che scorresse tempo mortale .Ciò conferisce a tutte le religioni dell’India un carattere eminentemente “gnostico” , di realizzazione interiore mediata dal simbolo divino. L’esperienza religiosa e la speculazione filosofica si pongono, secondo gli Indiani, un fine unico: la Liberazione (Mukti o Moksa) dal Flusso infinito e doloroso da vita a morte, da morte a vita in una serie di esistenze, condizionate ciascuna dal frutto delle azioni compiute in una vita precedente, di modo che il soggetto del Flusso (Samsara),cioè l’uomo, è il perenne responsabile della sua infelicità presente. Poichè all’ origine del Samsara vi è l’Ignoranza, la Conoscenza porrà fine a questa tormentosa trasmigrazione delle anime .Questa Conoscenza è l’intuizione dell’identità di ognuno -lo Atman- con lo Spirito Universale che viene personificato nel sostantivo maschile Brahma, il Dio-tutto.

Il pantheon indiano,almeno nella sua fase vedica,aveva una struttura che ricalcava l’organizzazione delle caste e delle funzioni sociali dell’uomo. Pertanto ognuno nasce “giustamente”entro una casta, sempre in base al frutto delle azioni compiute in una vita anteriore, compreso il Brahmana (sacerdote) e compreso il “fuori casta” e il barbaro. Quindi non è possibile, secondo un indù ortodosso, “convertirsi”all’Induismo.

A concludere questa nota introduttiva conviene aggiungere la seguente osservazione tipologica. Il mondo religioso che denominiamo “Induismo”è il risultato di un amalgama di sistemi teologici, culti e sette che ha necessitato millenni per assumere la presente fisionomia, che ne costituisce la sintesi finale. Per esempio Brahma, Visnu e Shiva, originariamente simboli culturali di tre religioni differenti, sono attualmente assunti come simbolo di tre momenti differenti del divenire dell’uomo e dell’Universo, cioè la creazione, la conservazione e la distruzione del creato,venendo così a formare la cosiddetta Trimurti,che costituisce il fondamento del pensiero teologico induista.


Scritto da CieloAmaranto Alle aprile 21, 2005 11:21
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in angolo storico
martedì, 19 aprile 2005

LA RELIGIONE
La religione celtica ha una tradizione ricca ma confusa. Cesare testimonia che i Galli erano un popolo molto religioso, e – per permettere al pubblico di capire – equipara i loro dei a quelli romani (interpretatio Romana). E così Teutate corrisponde a Mercurio, Cernunnus (o Dite) a Plutone, Grannus ad Apollo, Lenus a Marte ecc. Ad ogni modo, ovviamente, c'erano anche divinità intraducibili e non identificabili, come la dea dei cavalli (Epona), o le Tre Madri, che possono rievocare alla memoria altre divinità di provenienza greco-romana in triadi, ad esempio le Cariti o Grazie, le Moire o Parche, le Erinni o Furie. Perfino le “tre Marie” di epoca cristiana, Embeda, Warbeda e Wilbeda, possono ricondursi al medesimo schema.
Tra i Galati, la dea più adorata era l’equivalente celtico di Artemide, e probabilmente questa religiosità era legata al culto della fertilità dell’antico Oriente.
Nonostante l’opposizione ecclesiastica, la memoria dei culti celtici si è conservata nel tempo, nelle tradizioni locali. Spesso le popolazioni non ricordano più il significato dei loro gesti, ma continua comunque a ripeterli nel tempo. Un esempio si ha nella regione dell’Assia, dove (almeno fino al XIX secolo, in tempo quindi per permettere alla tradizione di essere registrata) il giorno dell’Ascensione ,per fare festa, ci si recava in una località dove si trovava il seggio detto di Frau Holle, probabilmente una pietra sacrificale.
Per quanto riguarda la cosmologia celtica, anche loro (come i greci e i romani) credevano in un mondo eterno, e credevano che le anime fossero immortali, e che si potessero reincarnare. Tuttavia, accanto alla metempsicosi, i celti credevano anche nell’idea di un oltretomba, anche se sono due idee religiosamente non conciliabili.
I celti adoravano le loro divinità nei boschi sacri (nemeton), dove custodivano anche gli oggetti cultuali, i bottini di guerra e le offerte votive (anche se c’erano anche edifici adibiti al culto). Queste offerte potevano essere gettate nei laghi e fiumi sacri, in modo che le divinità delle acque e degli inferi potessero riceverle, e di solito si tendeva a danneggiarle appositamente prima, in modo che a nessuno venisse in mente di rubarle.
Alcuni aspetti della religiosità celtica riscirono a inquietare molto gli animi di greci e romani. Lucano, come aveva già evidenziato Cielo qualche tempo fa in un post, raccontava di pratiche che riguardavano i sacrifici umani. Cesare, dal canto suo, conferma le notizie di Lucano, narrando che i soldati romani, mandati a far legna in un boschetto vicino a Marsiglia, trovarono i tronchi degli alberi grondanti sangue di vittime umane, e si spaventarono tanto che non osarono abbattere quegli alberi fino a che lo stesso Cesare non impugnò la scure.
Le divinità erano raffigurate per lo più in legno, rarissimamente in metallo o pietra. Questo ha fatto sì che ci sia rimasto un numero davvero esiguo di sculture, e quelle che abbiamo non sono molto antiche. L’ispirazione, infatti, è da ricondursi allo stile imperiale.
La religione celtica risultò ben radicata anche in epoca cristiana, e rimase in auge perlomeno fino al V secolo d.C.
Ma non si può parlare della religione dei Celti senza citare la figura del druido. Romani, Greci e Germani non avevano un’autorità sacerdotale vera e propria: si trattava di laici, più che altro. I celti, invece, avevano un ceto sacerdotale a sé. La parola druido deriverebbe dalla stessa radice indoeuropea del greco drys, cioè “quercia”. I druidi, quindi, sarebbero i sacerdoti della quercia. Non per niente la quercia era un albero sacro.
Assieme ai cavalieri, i druidi costituivano la nobiltà gallica. Avevano dei privilegi (esonero dal servizio militare, ad esempio, tranne nel mito gaelico, dove erano anche guerrieri) e, per diventare uno di loro, era necessario studiare ben vent’anni. I precetti, tuttavia, erano insegnati solo oralmente. E’ chiaro che il rifiuto della scrittura era legato alla paura di profanazioni, e alla tendenza di conservare il proprio sapere, e quindi il proprio potere. I druidi si occupavano di divinazione (solitamente basata sull’osservazione degli uccelli) e del computo del tempo.
Erano preposti ai sacrifici di animali e anche ai sacrifici umani. I Celti, infatti, credevano che gli dei dessero una vita solo in cambio di un’altra vita. Di solito si sacrificavano delinquenti o prigionieri, ma in caso di necessità si ricorreva anche a innocenti.
Ma i druidi non avevano solo funzioni religiose, bensì anche politiche e giuridiche. Normalmente, ad esempio, esercitavano la funzione di giudici, stabilendo le pene da comminare, e certe fonti (Dione Crisostomo) racconta che addirittura il re non potesse prendere nessuna decisione senza il consiglio/controllo dei druidi. In definitiva, se questo è vero, sarebbero stati loro i veri detentori del potere.
Sembra che il loro ordine non fosse interdetto alle donne, perlomeno tra i Siluri del Galles. Infatti compaiono col nome di bandrui nelle leggende dei santi irlandesi, in qualitĂ  di tentatrici dai poteri magici. Lo stesso personaggio di Kundry, nel Parsifal, si rifĂ  proprio a loro.
I druidi gallici avevano un loro capo, una specie di pontifex maximus, a carica vitalizia. Il titolo di questa autorità era presumibilmente Gutuater, ossia “profeta”.
Tiberio prima e Claudio poi misero al bando queste figure, per ragioni politiche e umanitarie.
Tuttavia essi giocarono ancora un ruolo importante nella ribellione di Giulio Civile, e predissero il declino di Roma.
Sembra anche, a partire dai rinvenimenti archeologici, che i Celti praticassero la caccia alle teste. E’ un motivo ricorrente nell’arte celtica, e perdurò fino a che i Romani non vietarono la pratica, assieme ai sacrifici umani (anche se in Britannia ebbe durata maggiore).


Scritto da LanAwnShee Alle aprile 19, 2005 10:03
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in mitologia celtica, fiabe e leggende, poems and songs
domenica, 17 aprile 2005

La leggenda della Dama di Shalott fa parte del ciclo arturiano, ed è stata messa in poesia dal poeta inglese Alfred Lord Tennyson e su tela da molti artisti preraffaeliti. La bella maga di Shalott, Elaine di Astolat, aveva sempre vissuto nella torre più alta del castello (Shrek docet) per sfuggire ad una maledizione che l'aveva colpita alla sua nascita, ventidue anni prima. La sua unica colpa? Quella di essere tanto bella da far innamorare Lancillotto. Questo aveva visto, infatti, Morgana in una visione: aveva visto che Lancillotto si sarebbe innamorato di Ginevra, rovinando il matrimonio di Artù. Ma aveva visto anche che quando Lancillotto avrebbe incontrato Elaine, avrebbe dimenticato Ginevra per lei, salvando l'unione tra Ginevra e Artù. Questo Morgana non poteva permetterlo, perchè così non avrebbe mai potuto regnare assieme ad Artù, sebbene il loro amore fosse incestuoso, e suo figlio Mordred (avuto proprio da Artù) non avrebbe mai potuto salire sul trono. Per questo aveva maledetto la ragazza, vietandole di guardare fuori dalla finestra della torre, verso Camelot. Pena la morte.
Questo avrebbe detto Morgana alla madre di Elaine:

"Tua figlia sia maledetta, Lady Maere, che ella non possa mai guardare il mondo dalla sua finestra e che non possa mai uscire dalla rocca o il prezzo sarà una morte atroce. Io Morgana Pendragon, figlia di Ygrajne, la maledico ora nel tuo grembo affinché la vita che porto nel mio, ne sia pegno. Nulla potrà spezzare questa maledizione e per il nome di tua figlia io ti proibisco di parlare con chiunque di quanto hai sentito oggi e gli dei mi siano testimoni."

Questa è la base di partenza di questa poesia cantata da Loreena McKennitt.
Non vi racconto il resto, ve lo riporto in lingua originale (e in traduzione), in modo che possiate apprezzarlo con un degno lirismo, e non con parole che non renderanno mai giustizia ad una storia tanto bella.

On either side of the river lie Long fields of barley and of rye, That clothe the wold and meet the sky;
And thro' the field the road run by To many-towered Camelot;
And up and down the people go, Gazing where the lilies blow Round an island there below, The island of Shalott.

Willows whiten, aspens quiver, Little breezes dusk and shiver thro' the wave that runs for ever by the island in the river flowing down to Camelot.
Four grey walls, and four grey towers, Overlook a space of flowers, And the silent isle imbowers, The Lady of Shalott.

Only reapers, reaping early, In among the bearded barley, Hear a song that echoes cheerly From the river winding clearly Down to tower'd Camelot;
And by the moon the reaper weary, Piling sheaves in uplands airy, Listening, whispers "'tis the fairy, The Lady of Shalott."

There she weaves by night and day A magic web with colours gay, She has heard a whisper say, A curse is on her if she stay To look down to Camelot.
She knows not what the curse may be, And so she weaveth steadily, And little other care hath she, The Lady of Shalott.

And moving through a mirror clear That hangs before her all the year, Shadows of the world appear.
There she sees the highway near Winding down to Camelot;
And sometimes thro' the mirror blue The Knights come riding two and two.
She hath no loyal Knight and true, The Lady Of Shalott.

But in her web she still delights To weave the mirror's magic sights, For often thro' the silent nights A funeral, with plumes and lights And music, went to Camelot;
Or when the Moon was overhead, Came two young lovers lately wed.
"I am half sick of shadows," said The Lady Of Shalott.

A bow-shot from her bower-eaves, He rode between the barley sheaves, The sun came dazzling thro' the leaves, And flamed upon the brazen greaves Of bold Sir Lancelot.
A red-cross knight for ever kneel'd To a lady in his shield, That sparkled on the yellow field, Beside remote Shalott.

His broad clear brow in sunlight glow'd;
On burnish'd hooves his war-horse trode;
From underneath his helmet flow'd His coal-black curls as on he rode, As he rode back to Camelot.
From the bank and from the river he flashed into the crystal mirror, "Tirra Lirra," by the river Sang Sir Lancelot.

She left the web, she left the loom, She made three paces thro' the room, She saw the water-lily bloom, She saw the helmet and the plume, She looked down to Camelot.
Out flew the web and floated wide;
The mirror cracked from side to side;
"The curse is come upon me," cried The Lady of Shalott.

In the stormy east-wind straining, The pale yellow woods were waning, The broad stream in his banks complaining.
Heavily the low sky raining Over towered Camelot;
Down she came and found a boat Beneath a willow left afloat, And round about the prow she wrote The Lady of Shalott

And down the river's dim expanse Like some bold seer in a trance, Seeing all his own mischance - With a glassy countenance Did she look to Camelot.
And at the closing of the day She loosed the chain and down she lay;
The broad stream bore her far away, The Lady of Shalott.

Heard a carol, mournful, holy, Chanted loudly, chanted lowly, Till her blood was frozen slowly, And her eyes were darkened wholly, Turn'd to towered Camelot.
For ere she reach'd upon the tide The first house by the water-side, Singing in her song she died, The Lady of Shalott.

Under tower and balcony, By garden-wall and gallery, A gleaming shape she floated by, Dead-pale between the houses high, Silent into Camelot.
Out upon the wharfs they came, Knight and Burgher, Lord and Dame, And round the prow they read her name, The Lady of Shalott.

Who is this? And what is here? And in the lighted palace near Died the sound of royal cheer;
And they crossed themselves for fear, All the Knights at Camelot;
But Lancelot mused a little space He said, "She has a lovely face;
God in his mercy lend her grace, The Lady of Shalott."


[Lungo entrambe le rive del fiume si stendono vasti campi di orzo e segale che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada verso la turrita Camelot;
E la gente va e viene, guardando dove i gigli sbocciano attorno all'isola, li sotto, l'Isola di Shalott.

Salici impalliditi, pioppi tremuli, Lievi brezze si oscurano e fremono Nella corrente che scorre perpetua intorno all'isola nel fiume, fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grige Sovrastano un prato di fiori, e l'isola silenziosa dimora La Signora di Shalott.

Solo i mietitori, falciando mattinieri, nell'orzo barbuto odono una canzone che echeggia lietamente dal fiume che limpido si snoda, verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore, Ammucchiando covoni sull'arioso altipiano, ascoltando sussurra "E' la maga" La signora di Shalott.

Lì intesse giorno e notte una magica tela dai colori vivaci.
Ed aveva sentito una voce secondo cui una maledizione l'avrebbe colpita se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente, ed altre preoccupazioni non aveva, la Signora di Shalott.

E muovendosi attraverso uno specchio limpido appeso di fronte a lei tutto l'anno, ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra snodarsi verso Camelot;
Ed a volte attraverso lo specchio azzurro i Cavalieri giungono cavalcando a due a due Lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele, la Signora di Shalott.

Ma con la tela ancor si diletta ad intessere le magiche immagini dello specchio, perchè spesso attraverso le notti silenti Un funerale con pennacchi e luci e musica andava a Camelot;
O quando la luna era alta, venivano due innamorati sposati di recente.
"Mi sto stancando delle ombre" disse la Signora di Shalott.

A un tiro d'arco dal cornicione della sua dimora, Lui cavalc fra tra i mannelli d'orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie , e splendente sui gambali di ottone del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato ad una dama nel suo scudo, che scintill sul campo giallo, Presso la remota Shalott.

La sua fronte ampia e chiara scintill al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava, i suoi riccioli neri come il carbone, Mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume egli brill nello specchio di cristallo, "Tirra lirra" presso il fiume cant Sir Lancelot.

Lasci la tela, lasci il telaio, Fece tre passi nella stanza, Vide le ninfee in fiore, Vide l'elmo ed il pennacchio, e guard verso Camelot.
La tela vol via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezz da cima a fondo "la maledizione mi ha colta" urlò la Signora di Shalott.

Nel tempestoso vento dell'est che sferzava, I boschi giallo pallido si indebolivano L'ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
dal cielo basso la pioggia scrosciava sopra la turrita Camelot;
Lei discese e trov una barca galleggiante presso un salice, E intorno alla prua scrisse la Signora di Shalott.

Ed oltre la pallida estensione del fiume come un audace veggente in estasi, che contempli tutta la propria mala sorte - con una espressione vitrea Guard verso Camelot.
E sul finir del giorno Moll gli ormeggi, e si distese:
l'ampio fiume la port assai lontano, la Signora di Shalott.

Si udì un inno triste, sacro Cantato forte, cantato sommessamente Finchè il suo sangue si fredd, lentamente Ed i suoi occhi furono oscurati completamente, volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla la corrente, raggiungesse la prima casa lungo l'argine Canticchiando il proprio canto morì la Signora di Shalott.

Sotto la torre ed il balcone vicino il muro del giardino e la loggia lei galleggi, figura splendente Di un pallor mortale, tra le case alte silente dentro Camelot.
Vennero sulla banchina il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
E intorno alla prua lessero il suo nome La Signora di Shalott.
Chi è? Che c'è qui?
Nel vicino palazzo illuminato si spensero i regali applausi e, per la paura, si segnarono tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto riflettè per un po' E disse "ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace La Signora di Shalott.
]


Scritto da LanAwnShee Alle aprile 17, 2005 22:23
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in angolo storico
sabato, 16 aprile 2005

L’ECONOMIA DEI CELTI

L’economia celtica era molto più evoluta di quella dei loro “falsi – gemelli” germani, ma anche rispetto a quella che potevano avere gli etruschi o gli italici. Allevavano bestiame (soprattutto suini e bovini), e probabilmente cacciavano (lo fanno pensare le frequentissime rappresentazioni del cinghiale nell’arte celtica), anche se la cacciagione non doveva essere molto abbondante nella loro dieta. Oltre alla carne, consumavano leguminose e cereali.
Dal punto di vista agricolo, avevano elaborato il sistema di rotazione, che prevedeva di utilizzare un determinato pezzo di terra per un periodo e poi tenerlo a maggese per un periodo piĂą lungo, in modo da permettergli di rigenerarsi. Inoltre erano in grado di fabbricare concime artificiale, attraverso la calce e la marna, che veniva anche commercializzato.
Era importante per loro anche l’estrazione del sale (Hallstatt= città del sale).
Ma la vera forza dell’economia celtica era la metallurgia: del resto, i territori dove si erano insediati erano spesso ricchi di metalli e minerali. Nella regione di Salisburgo era abbondante il rame, in Cornovaglia c’era ricchezza di stagno, essenziale per fabbricare il bronzo, la Gallia era ricca d’oro, la Spagna di argento.
Il metallo più importante, però, era il ferro, con cui fabbricavano armi di altissima qualità: le spade di La Tène sono molto migliori di quelle che i romani erano in grado di forgiare nello stesso periodo. La parola gladius deriva non per niente dal celtico. E inoltre, furono i celti a introdurre nell’Europa centrale l’estrazione dei metalli attraverso profonde miniere. Non per niente, nella mitologia germanica ha visto entrare i celti come fabbri ferrai e minatori, e molte parole tedesche riguardanti metalli sono prestiti del celtico (Eisen, ferro; Glocke, campana; Ofen, forno, dalla fornace di fusione).
Erano anche bravi artigiani di oggetti non di metallo, attraverso cui ci hanno mostrato il loro senso artistico: manufatti in cuoio, legno e tessuti mostrano una prevalenza di ornamentazione decorativa, astratta, geometrica. Gli elementi, inoltre, non sono naturalistici, e sono disposti secondo un criterio gerarchico. Ricorrono spesso anche le creature fantastiche. Furono ancora loro a trasmettere ai germani il tornio da vasaio e il mulino girevole. Per certe produzioni, i celti erano rinomati, ad esempio per la smaltatura, per il vetro, per i carri e per i tessuti, molto apprezzati anche dai Romani. L’abbigliamento tipico dei celti consisteva in calzoni lunghi da cavallo e mantelli a manical lunga, capaci di proteggere dal freddo e dalla pioggia. I Romani attinsero alla moda celtica per quanto riguarda alcune calzature (caliga o caligula erano proprio stivali celtici) e presero da loro anche i finimenti del cavallo. Esistono sculture, ma sono rare, e risentono molto dei modelli greci.
I celti praticavano il commercio a distanza: esportavano beni come il salgemma, il cristallo di rocca, lo stagno, carne salata, mantelli (molto ricercati) e anche – pare – cuscini e materassi, che avrebbero inventato proprio i Galli. Inoltre commerciavano anche mercenari e schiavi. Viceversa, importavano brocche, catini, anfore greche e ceramica attica.
Le monete furono coniate a partire dal 400 a.C. circa. I tipi monetari derivano dalla monetazione greca, anche se le decorazioni mostrano un processo di crescente stilizzazione.
Il passaggio ad un’economia monetaria ebbe effetti positive e allo stesso tempo negativi, tra cui, ad esempio, un sistema di credito con tutte le conseguenze del caso (indebitamenti che portavano alla schiavitù).
Sul modello greco i Celti hanno creato anche un sistema di scrittura, ma l’utilizzo era relegato a scopi tecnico-pratici, non per la letteratura.


Scritto da LanAwnShee Alle aprile 16, 2005 12:02
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in angolo storico
giovedì, 14 aprile 2005

La storia dei Celti dalle origini all'arrivo di Roma Per la nostra conoscenza dei Celti dobbiamo affidarci agli autori greci e latini, ma sicuramente l’autore che più di tutti ci è stato utile, tra i tanti, è stato Cesare, che ci ha potuto dare un grande numero di informazioni di prima mano. I suoi resoconti sulla conquista della Gallia (anche se dobbiamo ammettere che c’è una certa deformazione storica) sono, tutto sommato, molto accurati e attendibili: per esempio, Cesare è il primo a distinguere i Celti dai Germani, popolazione molto simile ma non di stirpe celtica. Questa confusione, tuttavia, continuò a lungo, fino in epoca bizantina.
La principale differenza tra Celti e Germani risiedeva nella lingua. Il celtico era parlato in tutta la Gallia, in Britannia e in Galazia, e apparteneva alle lingue indogermaniche. La linguistica ha distinto due tipi di celtico: il celtico Q e il celtico P. Per esempio, “cavallo” risultava epos in celtico P, equos in celtico Q.
Il celtico P (più recente dell’altro) era parlato in Gallia, in Inghilterra e in Galazia, mentre l’altro era parlato in Irlanda, in Scozia e in Spagna. Il celtico Q risulta più antico perché mostra una parentela più stretta con il latino, indice che si è formato quando protocelti e protoitalici erano ancora a contatto.

Il primo embrione di cultura celtica sembra sia stata la “cultura di La Tène”, che si trova in Svizzera occidentale (a partire dall’età del ferro recente: 450 a.C. circa ). La cultura di La Tène si è sviluppata da quella di Hallstatt, della fase più antica dell’età del ferro (più o meno 800 – 450). L’archeologia ha ampiamente provato la presenza di celti nel periodo di Hallstatt e La Tène. Per i periodi successivi, invece, è difficile dire quale culture siano celtiche e quali no.
Dal 500 a.C. circa, parlare di storia dei Celti è meno difficile. C’è una rapida espansione verso tutte le direzioni tranne che a nord, dove i celti erano contrastati dai germani. Questa loro espansione avvenne sia culturalmente che fisicamente: essi diffusero i loro modi di vita e la loro lingua, e si spostarono loro stessi.
Spostandosi verso occidente, i Celti riuscirono a conquistarsi tutta la Gallia e parte della Spagna (celtiberi). Nel nord ovest fecero loro la Britannia e la Hibernia, ossia l’Irlanda, presa dagli scoti celtici che poi salirono in Caledonia (Scozia). A sud si insediarono nella Germania meridionale e nell’Italia del nord, più o meno fino alla pianura padana (quel territorio che verrà chiamato Gallia Cisalpina), a danno degli Etruschi. La loro avanzata, però, non si fermò al nord Italia: alcuni celti continuarono a scendere, arrivando perfino a saccheggiare Roma (con Brenno, nel 390 a.C.) e poi continuando a scendere ancora, e finendo assoldati come mercenari da Dionisio I di Siracusa e poi dagli Spartani, assediati da Epaminonda. Del resto, l’uso di assoldare mercenari celti era frequente: ne ricorsero anche etruschi e cartaginesi.
Per Roma, in particolare, i Celti furono a lungo una minaccia: furono il primo popolo a infliggerle la vergogna di un sacco, e inoltre si fecero pericolosissimi quando Annibale riuscì a tirare dalla sua parte alcune popolazioni come i Galli Boi e gli Insubri. Certo, in seguito i Romani si vendicarono, ma proprio il fatto che si scelse di romanizzare la Gallia Cisalpina va letto come una volontà di eliminare per sempre il rischio di dover combattere nuovamente contro quelle popolazioni. Indice, quindi, del fatto che i Galli erano temuti.
Ma, abbiamo detto, i Celti si spostarono anche verso oriente: occuparono la Boemia, la Slesia, le regioni illiriche, il Norico (grossomodo l’Austria), e arrivarono fino al Mar Nero. Nel IV secolo li vediamo alleati ad Alessandro Magno e ai macedoni. La marcia, per alcuni di loro, continuò verso sud est, lungo il corso del Danubio e poi in Tracia e in Asia Minore, fino a che non trovarono un territorio dove insediarsi stabilmente, la Galazia, nell’Asia centrale. Da quel momento i galati comparvero spesso contrapposti, ad esempio, ai sovrani di Pergamo e a Roma.


Scritto da LanAwnShee Alle aprile 14, 2005 18:27
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in angolo storico
mercoledì, 13 aprile 2005

Ho pensato di aprire questa categoria per introdurre nozioni storiche riguardanti le culture che andremo ad analizzare. Può essere un po' noioso, ogni tanto, dare un'occhiata al panorama storico di una cultura, ma sicuramente sapere certe cose in più può aiutare ad apprezzare maggiormente i risultati che quella cultura ha ottenuto anche a livello folklorico e leggendario. Conoscere il pensiero e le vicende di quelle popolazioni può renderci a loro più vicini, e permetterci di comprenderli meglio, e quindi di godere ancora di più di ciò che ci hanno lasciato.
Per cui in questa sezione conterrĂ  informazioni di carattere storico, al fine di integrare le conoscenze provenienti dalle altre sezioni.
Partirei con una popolazione che sicuramente ha dato un contributo molto significativo al corpus di miti e leggende che stiamo considerando, e cioè i Celti.
Dividerò le informazioni a loro riguardo in più interventi, ognuno riguardante un particolare aspetto della loro cultura.
In questo primo intervento, mi limiterò a introdurre in modo generale la questione.

I Celti sono il più antico popolo dell’aria a nord delle Alpi di cui si conosca il nome. Prima di loro, ci si può riferire alle popolazioni là residenti solo attraverso perifrasi come “la cultura dei Campi di urne” ecc.
Gli scrittori greci li chiamavano in vario modo: Keltòi, Keltài, Galàtai; i latini, invece, Celtae o Galli. Tutte queste accezioni si riferiscono comunque ad un medesimo popolo, che in tedesco è chiamato Kelten, e che può essere tradotto come “gli audaci”.
Oggi è in uso distinguere i celti della Gallia (Galli) e quelli della Galazia (Galati), mentre “Celti” è usato con valore estensivo.
Anche se erano divisi in più popolazioni, i Celti comunque sentivano il senso di appartenenza ad un medesimo popolo. Questo lo si può vedere da alcuni miti delle origini, in cui si vantavano di discendere dal dio Dis Pater (padre Dite), che viene identificato con il dio degli inferi dei romani (probabile credenza in un’origine di autoctonia, di un'“origine dalla terra”). Sull’origine dei Celti c’era anche un’altra versione per cui il progenitore sarebbe stato l’eroe Galates, uno dei figli che Eracle ebbe quando – in viaggio per la terra delle Esperidi – sedusse le donne del luogo. In questo mito l’influenza greca è notevole, come si vede, ed è frequente che in età imperiale molti Celti abbiano tentato di riallacciarsi al mondo mediterraneo attraverso leggende che li rendessero affini a quelle cultura.

La loro rilevanza come soggetti politici nell’Europa occidentale va dal VI secolo a.C. fino al I d.C.

I celti appartenevano, per l’ottica romana e greca, alle antiche culture periferiche: questo non va considerato come una valutazione negativa, semplicemente era una constatazione del fatto che c’era un dislivello culturale tra loro. I celti, quindi, erano sì barbari, ma più in generale il barbaro era colui che, col contatto con una cultura più avanzata, finiva per assorbire più di quanto non fosse in grado di dare in cambio. E questo, in effetti, corrisponde a verità: da greci e romani, i Celti appresero scrittura ed economia monetaria, oltre a molte altre cose. Anche militarmente Roma ebbe molto da insegnare ai Celti, che avevano eserciti molto meno organizzati di una legione, anche se sul piano tecnico furono loro ad insegnare alcune cose ai Romani.

Prima di scomparire dal panorama europeo, la civiltà celtica è riuscita a diffondersi notevolmente, andando dall’Irlanda all’Anatolia, grazie alla loro cavalleria e alle loro armi. Ma, a causa dell’ellenizzazione dell’oriente e alla romanizzazione dell’occidente, finirono per vedersi tramontare la loro stella, lasciando poche tracce di sé, prima di essere assorbiti. La loro ribalta non fu mai fisica, per così dire, ma sempre a livello culturale (pensiamo ad esempio a figure come Ossian, Artù e – perché no? – anche Asterix).


Scritto da LanAwnShee Alle aprile 13, 2005 20:43
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in fiabe e leggende
venerdì, 08 aprile 2005

Quella della regine Boudicca (nota anche come Boadicea) non è esattamente una fiaba, nè una leggenda. E' un dato storico, riportato da testimoni antichi, come ad esempio Tacito.
Veramente, attorno al 60 a.C., c'è stata una rivolta da parte dei celti Iceni contro i Romani stanziati in Britannia, e veramente a capo di questa ribellione c'è stata una donna, la fiera regina Boudicca. Questi fatti, seppur tanto eroici e affascinanti da sembrare fiabeschi o leggendari, sono stati sul serio.
Dobbiamo tenere conto, però, che su una personalità forte e distintiva come quella di Boudicca molto, molto si è ricamato. Questa regina è entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo, come simbolo di eroica resistenza al potere straniero, della forza di un popolo. Per questo la sua figura ha finito con l'assumere dei caratteri leggendari e mitici, che non fanno stonare il racconto delle sue gesta in questa categoria.
A mio parere, il raccontare eventi realmente accaduti aggiungendoci una punta di "fantastico" è sì storicamente sbagliato e poco attendibile, ma molto, molto più appagante. E, visto che infondo questo non è un blog incentrato sulla storia, ma proprio sulla fantasia, parliamo di Boudicca come di una regina del mito, e non solo della storia.

GiĂ  sotto Cesare i Romani erano arrivati a toccare le coste della Britannia, anche se solo successivamente - con Claudio, per la precisione - ci fu una manovra "seria" di conquista. Vennero presi dei territori e fondate delle cittĂ .
E così, mentre a Roma era diventato Cesare il crudele Nerone, i popoli celtici della Britannia cominciavano a sentire in modo sempre più soffocante la continua stretta che i Romani attuavano sui loro territori.
Alcuni popoli erano stati sconfitti, e i loro territori erano diventati romani. Altri, più diplomaticamente, avevano accettato la condizione di "stato-cliente": mantenevano la loro sostanziale autonomia, ma in cambio dovevano sottostare a precisi accordi con Roma. Ma questa soluzione era, nella maggior parte dei casi, una semplice pro-forma, giacchè nella pratica questi Stati erano comunque subordinati al controllo e al volere dell'Urbe.
Il re Prasutagus, che regnava sul popolo degli Iceni, aveva sottoscritto un simile accordo coi Romani. Non voleva imbarcarsi in una guerra che non lo avrebbe portato da nessuna parte, e non voleva che i suoi sudditi venissero schiavizzati o deportati o uccisi per niente. E per tutelare una volta ancora la sua terra e il suo popolo, alla sua morte divise il regno in due parti: una la lasciò in eredità alla moglie, Boudicca, e alle figlie. L'altra la consegnò direttamente a Roma, sperando così di accontentare - almeno per un po' - le brame e le mire dell'invasore.
Ma per i Romani nemmeno questo era abbastanza. E così, macchiandosi di un atto illecito e prepotente, entrarono con le legioni nei territori che appartenevano a Boudicca, conquistandoli. Nessuna pietà o rispetto fu accordato agli assaliti, nonostante fossero nel giusto: Boudicca venne frustata, e le sue figlie violentate. L'offesa andava così a sommarsi all'ingiustizia. E fu a quel punto che Boudicca decise che, se Roma voleva la guerra, guerra avrebbe avuto.
La regina dalla chioma fulva si mise alla testa di un esercito, riuscendo a riunire tutta la sua gente e guadagnandosi l'alleanza di una popolazione vicina, i Trinivantes, e con questo marciò furente verso le fondazioni - simbolo dell'occupazione romana.
Battaglia dopo battaglia, l'esercito di Boudicca continuava ad avanzare, spietatamente, distruggendo a incendiando ogni avamposto da Colchester a Londinium (Londra). Nemmeno le ordinate e preparate legioni romane erano sufficienti a placare la furia della regina e del suo popolo.
I Romani erano terrorizzati da lei: si racconta che alcune legioni erano così spaventate dall'idea di combatterla che si rifiutarono di farlo.
Ma l'avanzata di Boudicca era destinata a fermarsi: nel 62 a.C. la Fortuna abbandonò lo schieramento dei Celti, e l'esito della guerra si rovesciò improvvisamente. L'esercito ribelle finì battuto e massacrato da quello romano.
Con un ultimo gesto d'orgoglio, questa fiera regina si rifiutò di permettere ai Romani di usarla come motivo di vanto nelle celebrazioni dei propri trionfi. Così, piuttosto che finire nelle mani dei nemici e diventare simbolo della loro vittoria, preferì avvelenarsi, uccidendosi assieme alle figlie.

Questa è la leggenda di Boudicca, che viene considerata da qualcuno come la prima eroina nazionale britannica. A voler essere obiettivi, questo è decisamente troppo: non dobbiamo dimenticare che la furia della donna non esitò a colpire la sua gente che viveva nelle città da lei distrutte. E questo non è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da una paladina della "celticità"...
Tuttavia è impossibile negare che la sua figura sia diventata il simbolo dell'identità del popolo britannico, che lotta contro l'invasore.
Per cui diamole merito, così come hanno fatto gli inglesi, ereggendole una bella statua a Londra, e come ha fatto Enya, dedicandole una bella quanto cupa canzone.


Scritto da LanAwnShee Alle aprile 08, 2005 11:46
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C.Squire - Celtic Myths and Legends



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